Elaborare

dal latino labor, lavoro, fatica, preceduto da e(x) come rafforzativo. Nel senso di lavorare con zelo, con impegno

È un termine irritante nell’espressione “elaborazione del lutto” perché fa pensare ad una procedura più o meno standard: tempi considerati “normali” (altrimenti il lutto è “patologico”), come ci si deve comportare (altrimenti siamo considerati “depressi”). Però la parola è bella, mi fa pensare al fare il pane: acqua farina e lievito, impastati con le mani, senza ricette o dosi precise. Si comincia col mescolare gli ingredienti, le mani si appiccicano, bisogna cercare di capire quanta altra farina o acqua aggiungere e piano piano, lavorando la miscela con un gesto antico e con il calore della pelle, a un certo punto si sente che la pasta diventa elastica, omogenea, acquista una sua consistenza. Solo allora gli si dà una forma e la si lascia lievitare. Anche il lievitare ha bisogno di un tempo che non è sempre lo stesso. Si deve aspettare, osservare. Bisogna imparare: le prime volte può non riuscire bene. Di lievito ne basta anche poco perché sono l’atto di impastare, la pazienza e il tempo che permettono questa trasformazione.