Bisogno

Passarono le settimane. Cambiò la stagione. Spuntarono le foglie, le mattine si riempirono di luce, tornarono i rondoni, che garrivano intorno alla mia casa di Cambridge nei cieli di inizio estate, e io cominciai a pensare di avercela fatta. Lo chiamano lutto normale. Era il mio. Una risalita lenta e priva di incidenti verso la vita, dopo una perdita. Non ci metterò molto. Una convinzione avventata che ancora mi strappa un sorriso, perché mi sbagliavo di grosso. Dentro di me il bisogno imperversava non visto. Avevo una fame tremenda di notizie, di amore, di qualsiasi cosa potesse mettere uno stop alla perdita, e la mia mente non aveva remore davanti a nulla o a nessuno che promettesse di aiutarmi. A giugno mi innamorai, in modo tanto prevedibile quanto devastante, di un uomo che quando si rese conto dello stato in cui versavo se la diede a gambe levate. La sua scomparsa mi rese praticamente insensibile.

La mia preghiera silenziosa: riuscire a far tacere un poco la mente, fermare i pensieri che si susseguono, si accavallano, si rincorrono, si intrecciano e poi mi lasciano sfinita. Riesco a farlo solo quando vado in montagna. Il pensiero allora è centrato sul respiro, per non rimanere senza fiato. Guardo solo dove mettere i piedi. Mi concentro sulla distanza di un passo dall’altro, sul respiro che deve trovare il suo ritmo. E così, alle volte, riesco ad ascoltare il rumore dei miei passi, dell’erba sotto le scarpe, lo scricchiolare delle foglie, il canto degli uccelli, il vento.