Due anni dopo la scomparsa di mio padre, in spiaggia, una signora aveva chiamato suo figlio: Sebastiano, Sebastiano; io e mia madre, ciascuna sulla propria stuoia, fissavamo l’acqua. Quel nome mi feriva, pregavo che il bambino uscisse dal mare e la voce smettesse di chiamarlo, tornasse a riva, pregavo che lui obbedìsse e lei non pronunciasse più quel nome, Sebastiano, Sebastiano, non si sentiva altro in tutta la baia, Sebastiano. Mia madre era rimasta muta dietro gli occhiali da sole. Era la nostra punizione: un nome che noi non pronunciamo più, reiterato a ferire le nostre orecchie. L’inconsapevolezza degli altri era il nostro nemico, la quotidianità degli altri era il nostro nemico, i nomi degli altri erano i nostri nemici.