Combatto contro: tutto. Quel buco che sento dentro, la rabbia che mi surriscalda, il senso profondo di perdita, l’assenza del futuro che speravo, la pena che suscito negli altri. Contro una debolezza esasperante che mi spinge a lasciarmi andare, contro il desiderio di svanire, di finire. Contro la disperazione. Contro i sogni della notte (troppo brevemente consolatori) e contro l’insonnia che mi fiacca. Contro chi mi consola maldestramente, contro il tempo che vedo avanti e che non voglio.
Armi: poche. Alcune chimiche, e benvenute! Le parole degli amici veri, la loro presenza. L’ascolto di poche orecchie capaci. Il tesoro di ricordi accumulato nel tempo. Il senso di responsabilità verso la mia comunità di affetti. Una speranza che affiora di tanto in tanto: solo di stare meglio. E poi, questa prepotente contraddittoria spinta a “farcela”. Ad andare avanti, ad ogni modo.
Risultati: per ora uno a zero. Non sono io in vantaggio. Mi sento soccombere. Per ora mi pare di avere imparato a fare un passo alla volta, a sopravvivere un giorno dopo l’altro. A non sprecare tempo e energie in quello che non serve, che è superfluo. Ma sento pure qualcosa dentro che mi dice “dai, vai avanti”.
È una lotta impari, un combattimento costante contro un avversario che mi assedia da tutte le parti. Che cambia forma, che mi strazia, tenendomi appeso a un uncino, come un pesce fuor d’acqua. Una battaglia quotidiana dentro e fuori di me, con poche armi a disposizione, senza una bussola che mi orienti, senza energie rimaste ma, soprattutto, senza sapere esattamente perché. Perché combattere, perché impegnarsi? Mi pare che alla fine la vita vinca sempre, anche quando – come adesso – avrei solo voglia di dire “no grazie, basta così!”. Combatto, quindi, non per stare meglio ma solo per riuscire a rimanere in vita?