Perciò, lo ammetto: mi sono reso colpevole di dipingerti, di commemorarti e – col trascorrere del tempo – perfino di ricordarti in toni più sfumati di quelli fedeli all’esperienza vissuta. Con i suoi contorni più taglienti. Con te nella stessa stanza. Che mi tormentavi e mi irritavi. Che montavi in cattedra e blateravi. Che a volte non riuscivo a sopportare. Che a volte avrei voluto…
Mandare affanculo?
In effetti.
Potrà apparire strano ma è il ricordo di quelle conversazioni che mi lacera di più il cuore. Sapevi essere una donna maledettamente difficile (e tu sapevi essere un uomo maledettamente difficile. Te lo concedo) ma è proprio quella donna – te – a mancarmi di più. Forse ho contribuito alla creazione di una versione più edulcolorata – non te – proprio per questo motivo. Mi rende più sopportabile il lutto in pubblico – che fa ancora parte della mia vita. Ti ricordo e ti onoro in forma traslata. […]
A: “Tuo padre era un uomo così intelligente e generoso!”. Oppure “Tuo padre era così ironico!”. “Era un uomo straordinario, quanto ci siamo divertiti con lui!”. Anche “aveva un fondo di sofferenza, sotto la sua ironia”. Frammenti, uno o due aggettivi. Ritratti che gli altri mi fanno di lui che non hanno nulla a che vedere con l’uomo che ho conosciuto. Li tollero, stupito, sorpreso, chiedendomi cosa ci sia di vero in quello che gli altri hanno visto.
B: Siamo stati una coppia per venti anni. Solo adesso che è morto ho conosciuto la sua compagna, con la quale ha vissuto più tempo che con me. Lei mi racconta di loro, delle cose che hanno fatto insieme: riconosco nel suo racconto l’uomo che ho conosciuto e mi sorprende un senso di continuità come se, dopo la separazione, lui avesse dovuo diventare un altro e lasciare a me, esclusivamente a me, quello con il quale avevamo pensato di “fare famiglia”.