La scoperta di quelle foto fu importante per me, in quanto esse sembravano ribadire la presenza fisica di mio padre nel mondo, illudendomi che fosse ancora presente. Il fatto che molte non le avessi mai viste mi diede la strana impressione di incontrarlo per la prima volta, come se una parte di lui cominciasse a esistere solo allora. Avevo perduto mio padre; ma nello stesso tempo lo avevo trovato. Finché tenevo davanti agli occhi quelle foto, finché continuavo a studiarle con ferrea concentrazione, lui sarebbe rimasto vivo anche nella morte. O, se non vivo, comunque non morto: sospeso, almeno, per così dire; chiuso in un universo che non aveva nulla a che vedere con la morte, dove la morte non sarebbe entrata mai.
Apro la scatola di cartone con le foto dei miei genitori. Alcune sono di piccole e piccolissime dimensioni, con i bordi frastagliati. Le figure lontane si possono solo intuire. Una: i miei genitori in una giornata di sole, cappotti e sciarpe, sorridenti, mia madre incinta di me, un figlio dopo tanti anni, il bastone della vecchiaia. Poi una con loro due a mezzo busto, in bianco e nero, ritoccata, sul retro solo l’anno, scattata in uno studio fotografico, forse la foto dopo il matrimonio da mandare ai parenti, visi seri, si era “in tempo di guerra”. Grandezza da cartolina: mia madre, figura intera, vestito nero, ai piedi il primo paio di scarpe, fino allora c’erano stati solo gli zoccoli di legno. Ma quella più commovente è di quando lavorava in una filanda e era ospitata in un convento con un centinaio di ragazze. Alcune sono bambine, spiccano i soggoli delle tre suore nel grigiore dei vestiti e dei visi. Chissà quali erano i sogni, le speranze, i desideri di quella ragazza.
Quanto poco sanno i figli delle vite dei genitori.