Vecchi

Mia figlia cara,

ti scrivo cose che non riuscirei a dirti a voce. Mi interromperesti, cambieresti discorso e io vedrei il dolore nei tuoi occhi. Dopo la morte di tuo padre – e anche durante la sua lunga malattia – sei stata sempre presente, vicina a me, a lui. Ora fai di tutto per me: mi telefoni, mi porti cose, vieni a trovarmi con i nipotini che per me sono un affetto profondo, direi forse addirittura più profondo di quello che provo per te, se questo non lo sentissi impossibile.

Mi hai accennato alla possibilità che io venga a vivere con voi. Ma c’è un ma. Sono vecchia, non anziana, vecchia. Ho avuto la fortuna di vivere a lungo con tuo papà, siamo stati insieme tanti anni, troppi per riuscire a pensare di stare senza. È stata una fortuna avere questa possibilità ma ora c’è l’altro lato della medaglia: sono rimasta sola e non ho né la voglia né le energie per trovare nuovo interesse a vivere. Le ragioni che pensi possano andare bene per te non lo sono per me. Vorrei che tu capissi e, anche se ti è difficile, vorrei che accettassi il bisogno che ho di stare nel mio sentire, mangiare quando mi va e se mi va, dormire o no, rimanere con lo sguardo fisso su qualcosa seguendo i miei pensieri, dire che non mi va di vivere senza di lui. Non pensare che mi voglia suicidare, che non vi voglia bene e che non pensi a te e al dolore di aver perso tuo padre. È una cosa diversa, è la stanchezza di quando si è vissuto, visto, fatta esperienza della vita e ci si sente pieni. E si sente il desiderio di riposare.

Ti chiedo di accettare che, almeno per adesso, sono così.

(lettera mai spedita)