[…] quando Demetra perde la figlia Persefone, si trova a vagare per nove giorni in lacrime e il poeta canta: “chiusa nel suo dolore, non si nutriva né di ambrosia / né di dolce nettare, né immergeva le membra nell’acqua”.
Per molto tempo ho mangiato quello che capitava. Spesso in piedi. Vicino al lavello. Direttamente dal frigorifero. Pane e formaggio. L’insalata dal sacchetto. Per automatismo, cercando di riempire un vuoto che non era il mio stomaco. E senza nessun piacere. Senza interesse.