Accanto

È tempo di imparare, per noi esseri umani tutti, continuamente, sempre. Per chi sta con i bambini che lottano e poi muoiono, per chi fa il barista, per chi scrive, per chi spazza le strade, per tutti noi è tempo di imparare, sempre e ovunque, come toccarci, come raggiungerci. È tempo di sbagliare, di andare per tentativi ed errori, di attraversare le steppe del non lo so. Se mi muore un bambino, se sono una bambina che muore, se sono una vecchia che fatica a vivere, se svanisce un amore, io voglio qualcuno con me, qualcuno che tremi e barcolli e senta quello che sento, non qualcuno che mi spieghi, mi dimostri, mi consoli, mi abbrevi il male, voglio qualcuno che naufraghi con me tenendomi fortemente tra le braccia e se lo spingo via voglio che riprovi ancora e ancora.

È difficile stare accanto a M., il mio amico d’infanzia. All’improvviso mi pare di non conoscerlo più. Eppure ho sempre pensato di sapere tutto di lui, che fosse la persona a me più vicina. Lo vedo in uno stato di prostrazione che mi riempie di domande. Sarò capace di stargli vicino? Di ascoltarlo? Non abbiamo mai condiviso un’esperienza tanto drammatica e mi pare che tutto tra di noi sia sempre rimasto sulla superficie. Mi sento intimidito, quasi in imbarazzo davanti alla sua pena: quanto posso chiedergli, quando e come stargli vicino? Forse lo asfissio? Forse vuole solo essere lasciato in pace? O forse si aspetta solo che lo abbracci?