Cimitero

La tradizione iraniana prevede che chi visita la tomba del proprio caro si prenda cura anche degli altri visitatori nel cimitero. Si portano dunque, in occasione della visita, piccoli dolci, pani caldi, biscotti, halvà, a conforto proprio e degli altri. La distribuzione di questo cibo a chi si incontra simboleggia, forse, una comunanza di sofferenza e cura, l’importanza della solidarietà e della vicinanza che annullano le distanze e rendono tutti uguali davanti all’assenza. Quel che avanza dalla distribuzione del cibo viene lasciato sulla tomba del proprio caro. Chi è povero sa che troverà spesso, nel cimitero, qualcosa da mangiare. La morte e la vita sono così vicine.

Silvana Mangano, racconta la figlia, passava ore davanti alla tomba del figlio, sferruzzando: standogli vicino, in silenzio, assorta nel suo lavoro, come se in una normale giornata fossero seduti accanto su due poltrone, a casa. Ma io no. Io non ci vado ogni giorno: so bene che lui non è lì eppure non posso neppure del tutto trascurare questo luogo. Vado nell’anniversario della sua morte o per il suo compleanno o per le “feste” e ogni tanto, quando la disperazione e la nostalgia mi assalgono. Altri, invece, visitano con regolarità, come se ci fosse un appuntamento fisso nella settimana. Puliscono la tomba, cambiano l’acqua ai fiori, innaffiano le piante, spolverano la fotografia come con una carezza. Li vedo piangere e parlare con chi è sepolto e un po’ invidio loro questa consolante intimità.