Liberazione

È come se il dolore fosse fatto di tanti strati: ci sono dentro sofferenze diverse per spessore, per intensità, per continuità. Non tutte le componenti si manifestano – o sono percepite – allo stesso tempo; alcune sono più costanti, altre più intermittenti. Una di queste, sottile ma presente, si fa fatica a dirla. Vi è associato un senso di vergogna, di colpa. È il senso di liberazione: può emergere dopo la fatica dell’accudimento in una lunga malattia, o quando si è visto l’altro troppo a lungo immerso nella sofferenza. Emerge quando il rapporto con chi muore era difficile o quando non ci si è amati abbastanza. Ma a volte è presente – e allora ancora più indicibile – anche quando la relazione era nella media “normalità”. Una parte di noi – anche se minima – può sentirsi in conflitto con l’altro. E sollevata dall’esser sopravvissuta, dal poter non esser più ferita dall’altro.

Avevamo sempre avuto dei rapporti tesi, difficili. Avevo un forte risentimento nei suoi confronti per i lunghi anni in cui – piccolissima – mi aveva affidato alle cure delle zie, privilegiando il suo lavoro. E c’era sempre qualcosa di rigido, eccessivamente assertivo nel suo comportamento. Sentivo mia madre dura, poco affettuosa: mi sono chiesta a lungo se mi voleva davvero bene, e quanto. Quando è morta ho sentito, oltre al dolore, anche un forte senso di liberazione da quel rapporto sempre difficile, tentennante.