Nulla è reale. La lingua è svuotata di senso.
Lingua traumatizzata.
Come “stai” “ora”?
Un po’ “meglio”.
Hai “dormito” un po’?
Sì, “ho” “dormito” un po’.
Le virgolette sono necessarie per descrivere la nuova realtà, non-realtà, nella quale improvvisamente ci troviamo, uno stato d’eccezione in cui non risuona o può essere stabilito nulla di ordinario, in cui nulla in tutto il mondo è riconoscibile.
L’uso delle virgolette scatena risa spontanee e le risate sono fugaci momenti di sollievo. “Redenzione”.
Proviamo a “mangiare”?
“Facciamo” una passeggiata?
Possiamo parlare soltanto facendo un uso smodato delle virgolette, diventa il nostro codice linguistico, diventa un modo per esprimere l’inesprimibile: questo stato, questo impensabile.
“Stai” bene?
Usiamo le mani per indicare questo criptico segno che cancella, queste mani sempre per aria intorno alle parole vuote, che danno alle parole vuote una forma di significato.
“Significato”