derivato dal latino pati, sopportare, soffrire, tollerare e dal greco paschein, provare, ricevere una sensazione, sopportare, soffrire
Sono impaziente alla massima potenza. Impaziente di tornare a prima, impaziente di uscire da questo stato di angoscia. Mi dicono che devo “aver pazienza”, che col tempo le cose miglioreranno, che il tormento che vivo oggi si farà più leggero domani. Ma io non sopporto questa parola. Pazienza? Non sono un recipiente pieno di virtù. Sono una persona sull’orlo di un burrone. Scorticata, senza pelle. Sono una persona immersa nel dolore più atroce. Sono un malato di un grande dolore: “paziente” solo nel senso più medico del termine, portatore di un male. Come posso avere pazienza? Io fremo. Io tremo. L’incoraggiamento ad affrontare questa crisi “con pazienza” e quindi con ragionevolezza e calma, con docilità e pacatezza, con arrendevolezza e remissività, con serenità, con rassegnazione e sopportazione mi pare un oltraggio al mio sentire. Un “dai dai, vedrai che passerà”. Un voler sminuire me e il dolore che porto.