Piangere

Ecco che il giovane Ciparisso* poco accorto lo trafisse con un dardo acuto e, appena lo vide morire per la crudele ferita, stabilì fermamente di morire. Quale e quante parole di conforto non gli disse Febo, esortandolo a dolersi moderatamente e in proporzione alla causa! Ma quello continua a lamentarsi e chiede agli dèi questo dono supremo, cioè di piangere senza limite di tempo. E subito le membra, esauritosi il sangue per l’incontenibile pianto, cominciarono a tingersi di verde e i capelli, che poco prima gli cadevano sulla fronte candida come la neve, divennero una chioma ispida che drizzandosi puntava con la cima sottile verso il cielo stellato. Se ne dolse il dio e con tristezza gli dice “Sarai pianto da me e piangerai gli altri e sarai accanto a chi soffre”.

[* Ciparisso è un personaggio della mitologia greca, un giovane ragazzo molto amato dagli dei che, per errore, uccise un cervo al quale era molto affezionato. Tale e tanto inestinguibile fu il suo dolore che si trasformò in un cipresso, l’albero sempreverde che era, nell’antichità simbolo degli Inferi e oggi – come nei nostri cimiteri – del dolore, della tristezza e del lutto.]

A volte vorrei essere capace di piangere ancora. Ritrovare quelle lacrime, quel pianto dirotto che mi faceva stare male ma mi teneva ancorato al mio amato. Mi faceva sentire vivo, con lui. Piango meno, ora, quasi poco e soffro per il fatto che le lacrime non vengono più su come prima, naturali, veloci, espressione calda e viva del mio amore per chi ho perduto.