Gli uomini sono presi – nelle loro vite, nei loro pensieri, nei loro appetiti e ambizioni, avarizie e crudeltà, e persino nei loro impulsi di bontà e generosità – in una rete di bene e di male. Io credo sia questa la sola storia che abbiamo e che si ripete a tutti i livelli del sentimento e dell’intelligenza. Vizio e virtù sono stati trama e ordito della nostra prima presa di coscienza, e saranno il tessuto dell’ultima, e questo malgrado tutti i cambiamenti che potremo imporre a campi, fiumi e montagne, all’economia e a usi e costumi. Non esiste un’altra storia. L’uomo, dopo che si è spazzolato via la polvere e la segatura della vita, resta solo con questa dura, cristallina domanda: era bene o male? Mi sono comportato nel modo giusto – o in quello sbagliato? […]
Nell’incertezza sono certo che sotto gli strati superficiali della loro fragilità gli uomini desiderano essere buoni e vogliono essere amati. Anzi, quasi tutti i loro vizi sono tentativi di trovare una scorciatoia per l’amore. Quando uno muore, a prescindere dalle sue doti, dal suo potere o dal suo genio, se muore senza amore deve percepire la propria vita come un fallimento, e la morte come un gelido orrore. A me pare che se voi o io potessimo scegliere tra due corsi di pensiero o d’azione, dovremmo ricordare la nostra morte e cercare di vivere in modo che, quando avverrà, non rechi piacere al mondo.
Abbiamo solo una storia. Tutti i romanzi, tutta la poesia, si reggono sull’infinita lotta, in noi, tra il bene e il male. E penso che il male debba essere continuamente ritessuto, mentre il bene, la virtù, sono immortali: Il vizio ha sempre un volto nuovo, giovane e fresco, mentre la virtù è venerabile più di ogni altra cosa al mondo.