Disgiunto

“Lo devo lavare”, disse.

La vecchia allora si alzò irrigidita e guardò Elizabeth mentre lavava accuratamente il volto del morto e puliva col pannolino, accuratamente, i baffi biondi. Elizabeth si sentiva sconvolta, eseguiva il lavoro come fosse un rito. La vecchia, gelosa, disse: “Lo asciugo io,” e s’inginocchiò dall’altra parte, lo asciugò con delicatezza dove l’altra lo aveva lavato, strusciando ogni tanto col suo cappello nero la testa della nuora. Lavorarono per un pezzo in silenzio, non dimenticavano di essere davanti alla morte. Il contatto col cadavere dava loro emozioni indefinibili, diverse nell’una e nell’altra. In comune avevano solo una grande paura. La madre si sentiva tradita nelle viscere, la moglie sperimentava il totale isolamento dell’anima umana, anche la creatura che portava in grembo le sembrava estranea.

Mi aspettavo che in famiglia saremmo stati tutti uniti nel dolore, tutti sulla stessa lunghezza d’onda, solidali davanti alla sofferenza per la sua morte. Ma non è stato così. C’è stato molto silenzio su quello che ognuno di noi viveva. Ognuno ha sofferto a modo suo, chiuso nella sua pena. Ci sono stati anche momenti di incomprensione, quasi di risentimento per chi sembrava uscire prima di un altro dalla tormenta. Forse per tutti noi c’è stata anche la paura di aggiungere un carico in più sugli altri. Ci è voluto molto tempo per conquistare un terreno comune. In fondo, forse, ognuno di noi lo ha amato in modo diverso, tutto suo e sua e solo sua è stata la sua perdita.