All’epoca avevo 33 anni, mi chiedo perché mi tratteggi come un signore di cinquanta, ma poi lo capisco. Quei sei mesi dalla morte di S. erano stati come vent’anni, mi avevano trasformato fisicamente, mi avevano smarrito, imbiancato i capelli e mutato il carattere. Avevo smesso di essere casinista e ridanciano. Ero diventato un uomo riflessivo che ascoltava molto e che preferiva sorridere invece che partecipare alle conversazioni, che si teneva ai margini della vita e la osservava trascorrere. Ero un anziano, la mezz’età era una definizione generosa.