Nel cuore di quel tempo assente che ci avvolgeva nel suo niente monotono, noi eravamo soli, tanto soli che più nulla ci consentiva di verificare la nostra stessa esistenza. Avevamo l’impressione di aver perduto il nome (che gli altri non pronunciavano più), il corpo (che gli altri non vedevano più). Un sortilegio (meglio: un incantesimo) di totale invisibilità ci preservava dall’infaticabile assiduità del mondo. In questo senso eravamo più liberi di quanto chiunque lo fosse mai stato, sollevati da ogni obbligo, sgravati da ogni preoccupazione, senza il dovere di comparire di fronte a chicchessia. Non era esagerato dire che la morte di nostra figlia ci proteggeva. Così, in un modo oscuro, nostra figlia vegliava su di noi così come noi un tempo avevamo vegliato su di lei. Aveva fatto innalzare nel cuore del nulla una specie di fortezza trasparente dentro la quale potevamo dare asilo alla disperazione della nostra noia, splendidamente e stranamente liberi.