Leggere

Libri sul lutto, sulla perdita e la privazione, che in pile traballanti dilagarono sulla mia scrivania. Da brava accademica pensavo che i libri fornissero risposte. Era rassicurante sentirsi dire che tutti vedono fantasmi? Che tutti smettono di mangiare? O che non riescono più a smettere di mangiare? Che il lutto si presenta in stadi classificabili e conservabili sotto vetro come gli insetti? Lessi che dopo il rifiuto e la negazione arriva il dolore. O la rabbia. O il senso di colpa. Ricordo di essermi domandata ansiosamente a che stadio ero. Volevo tassonomizzare il processo, ordinarlo, dargli un senso. Ma il senso non c’era, e io non riconoscevo nessuna di quelle emozioni.

Spesso trovo quello che mi serve partendo da un titolo, un consiglio, un rimando. Prendendo un libro e aprendolo a caso. Ho trovato nelle biografie, nei romanzi, nella poesia delle parole che mi fanno sentire ascoltato. Che mi corrispondono e che mi aiutano a capire cosa attraverso, come se fossi davanti a uno specchio. A volte basta una frase, spesso anche solo una parola: “Ecco, è proprio come per me”, mi viene da dire. Quel frammento mi ha aperto uno spiraglio: scopro quello che sapevo ma che non era ancora venuto a galla. Mi vedo attraverso l’emozione di un altro che riconosco, modulata, in me. Succede anche con la musica (magari solo un paio di note), o quando un’immagine mi colpisce perché tocca le mie corde: allora so che chi ha creato l’immagine o composto la musica ha sentito come me. Ha dato voce anche a me. Spesso invece non so cosa fa vibrare le mie corde. Allora torno indietro e ci ripenso: a volte è un nonnulla, ma il cuore ha comunque fatto un salto, si è riconosciuto. E io mi commuovo in un gioco di specchi: l’emozione dell’altro come fosse la mia.