In quei mesi tra autunno e inverno, il suo obiettivo era trattenere le lacrime: per il bene dei ragazzi e forse anche per il suo. I suoi pianti senza motivo apparente spaventavano e turbavano i ragazzi, che cominciavano ad abituarsi all’assenza del loro padre. Nora si rendeva conto che ormai si comportavano come se fosse normale, come se non mancasse nulla. Nora, a sua volta, aveva imparato a riconoscere i segnali di pericolo, i pensieri che avrebbero innescato altri pensieri. Il suo successo con i ragazzi dipendeva da quanto sarebbe stata capace di controllare i propri sentimenti.
Quando morì mio padre mi venne imposto dai familiari e dalle altre persone che avevo intorno di non piangere: “devi essere forte”, “piangere non serve”, “il dolore va sconfitto”. Alla fine ero diventato così bravo che anche quando volevo farlo, non ne ero più capace. Ero come murato e non sapevo quanto fosse sbagliato comportarsi in questo modo. Avevo seguito i consigli che mi avevano dato. Solo molto lentamente, e con tanto aiuto, quel “blocco” si è sciolto: sono riemersi i miei genitori, i miei ricordi hanno ripreso i colori della vita, del vissuto insieme.