[…] noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e di respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno.
No, non sono d’accordo. Non è vero che tutto finisce, tutto muore. Si perde il nome, è vero, dopo qualche generazione, o rimane il nome come vuoto contenitore. Si perde il ricordo dello spessore di quella persona. Ma rimane quello che abbiamo seminato. Io so di essere fatto non solo di quello che ho costruito e scelto ma anche da quello che ho ricevuto. Mi porto dentro frammenti senza nome, eco di atti semplici e piccoli, apparentemente insignificanti: un sorriso ricevuto, un rifiuto percepito, un invito fatto, una ferita inferta, un dono generoso, un senso di ingiustizia. Ce li portiamo dietro da generazioni senza saperlo e diciamo “io sono così”. Spesso però “siamo così” perché altri, prima di noi, erano “così”. Spero di avere seminato qualche piccola buona cosa che continuerà in qualcun’altro. Delle cose brutte, so purtroppo, di averne seminate pure di quelle.