Rifugio

Fin da piccolo ho avuto la tendenza ad affrontare la perdita – la perdita di persone care – rivolgendomi al non umano. Quando avevo sei anni, all’inizio della seconda guerra mondiale, fui mandato in collegio e feci amicizia con i numeri; a dieci anni, tornato a Londra, divennero compagni gli elementi chimici e la tavola periodica. Nel corso di tutta la mia vita, i momenti di stress mi hanno sempre spinto a far ritorno alle scienze fisiche, un mondo che non conosce la vita ma neppure la morte.

In casa sto in silenzio, non accendo né la televisione né la radio. Talvolta ascolto, a volume basso, la musica di Bach. Capisco poco di musica ma sento che quella di Bach è capace di seguire il mio respiro corto, mi sta intorno e non mi chiede nulla, soprattutto attenzione. L’inquietudine che vivo tutti i giorni diventa gesti di piccoli, minuti obiettivi: comincio, interrompo, riprendo quasi tutto senza terminare. Inizio a mettere a posto le carte, interrompo e comincio altro. Niente trova un termine e un ordine. Forse questo girare a vuoto nei ristretti confini di casa serve a contenere la paura e mi fa sentire protetta.