Rito

Attenersi al complesso insieme di regole del lutto ha rappresentato per secoli il modo in cui l’essere umano ha saputo fare i conti con l’intrattabilità della morte. […]

L’effetto di un’operazione del genere non risiedeva solamente nell’affievolirsi dell’angoscia legata alla morte – che veniva proiettata in una dimensione capace di recuperare, attribuendogli significato, una possibilità di senso che la rendeva così più tollerabile – ma anche nel fatto che nella vita c’era spazio per la morte; la morte, cioè, rievocata continuamente nei rituali del lutto, era parte integrante della vita, ne rappresentava l’altra faccia sempre presente. Nel tempo della vita, in sostanza, c’era un tempo che la persona dedicava alla morte, ovvero all’affrontarne il pensiero e al sopportarne l’imminenza. Ciò si traduceva in una considerazione del limite umano come di qualcosa di assolutamente centrale in ogni esistenza, come di qualcosa con cui non era possibile non fare i conti. Permettere alla morte di rappresentarsi nei gesti della vita – come avveniva nelle ritualità del lutto – aveva come effetto secondario quello di ricordare incessantemente all’umano la castrazione strutturale a cui egli è soggetto, il fatto, cioè, di non potersi pensare come eterno e onnipotente.