Talvolta sono proprio i luoghi condivisi con chi ci lascia per sempre a divenire le gabbie idealizzate di cui restiamo prigionieri. Cambiare vuol dire dunque muoversi, spostarsi, spaesarsi per incontrare il noi stessi che è sopravvissuto all’altro e che vive senza. Il pianto, la tristezza, sono gli “umori” che accompagnano non solo la fine e la separazione, ma anche l’inizio di un nuovo viaggio…e lo si può fare solo accettando di piangere lacrime non piante… è necessario per ricominciare il viaggio…per sperare in un nuovo incontro… chissà…(M)
Anche l’inizio del “nuovo viaggio” lo percepisci con qualche inquietudine. È un allontanarsi dal prima, mette al lavoro la malinconia, ti aiuta a sopravvivere. Ma, anche, qualcosa ti dice oscuramente: “Adesso lo puoi fare”. Come se si liberasse una parte della creatività al prezzo di una perdita grave. Se non dico un’enormità, o ci si lascia trascinare dalla morte, o tutto, e anch’essa, è messo al lavoro per la vita. Ti fa capire di più. Ahimé, ti concima. (R)