Svuotare

Ho imparato che niente è più terribile che trovarsi faccia a faccia con gli oggetti di un morto. Di per sé le cose sono amorfe: assumono significato solo in funzione della vita che ne fa uso. Quando essa giunge al termine, le cose cambiano anche restando uguali. Ci sono e non ci sono, come spettri tangibili, condannati a sopravvivere in un mondo dove non hanno più posto. Che ne sarà, ad esempio, di un armadio pieno di vestiti in silenziosa attesa di essere indossati da un uomo che non aprirà l’armadio mai più? […] In sé le cose non significano nulla, come gli utensili di cucina di una civiltà scomparsa; e tuttavia ci dicono qualcosa, imponendosi non in quanto oggetti, ma come avanzi del pensiero, della coscienza, emblemi di una solitudine ove l’uomo giunge a prendere le decisioni personali; se tingersi i capelli oppure no, se indossare l’una o l’altra cravatta, se vivere o morire. E la futilità di tutto questo quando arriva la morte.

Gli armadi, i cassetti, sono pieni delle sue cose. So che non tornerà mai più. Mai più si servirà di tutto quello che ha lasciato. So che dovrei svuotare la casa delle sue tracce, che tutti questi oggetti non hanno più senso, ormai. Ma, sotto sotto e neppure troppo sotto, nel mio intimo non confessato agli altri, penso “e se tornasse?”. Il pc gli servirebbe. Le scarpe sono sue, ci sono stati dentro i suoi piedi. Quel pigiama ancora pieno del suo odore come lo posso lasciare andare? Il cellulare lo hanno toccato le sue mani, ci sono i messaggi che ha ricevuto e quelli che mandato. La macchina fotografica? Le fotografie? Il giaccone da lavoro, consumato ma caldo, diceva. Una parte di me si rifiuta di fare pulizia: ancora sento che c’è una parte di lui dentro queste che erano (sono?) le sue cose.