Anestesia

dal greco anaisthesìa, composto dal prefisso privativo an, senza, e àisthesis sensazione

Si chiese se fosse questo quello che Rani aveva segretamente desiderato tutto il tempo che era stata a Colombo, la completa dissoluzione di tutti i suoi pensieri e sentimenti, l’estinzione della sua coscienza che non poteva sperare di raggiungere col sonno come la maggior parte delle persone, che non era riuscita ad ottenere neppure con l’impensabile quantità di sonniferi che prendeva o con altri farmaci. Era un’estinzione che aveva provato, senza riuscirci, ad ottenere con l’elettroshock, con l’anestesia generale che le facevano e la corrente che veniva passata subito dopo attraverso il cervello, un’estinzione che aveva provato a ottenere, senza riuscire, anche con tutti i suoi atti di autolesionismo, sperando forse che un forte dolore fisico, che aveva l’effetto di ridurre la consapevolezza al punto specifico della ferita o della lacerazione, di ridurre il mondo ad un punto sulla superficie del corpo, senza lasciare nient’altro di disponibile al pensiero o alla riflessione, potesse permetterle di dimenticare l’altro, più profondo e meno tangibile dolore.

Non mi ricordo niente di quando è successo, di quando me lo hanno comunicato. In ospedale ripetevo “che ci faccio qui? vado via, voglio andarmene! ma che vogliono queste persone?”.

Ho preso farmaci per un anno, e per un anno ero come imbambolata. Quando ho cominciato a ridurli mi è arrivato il dolore: quello feroce, disperante, totale. Mi sentivo come nel minuto immediatamente successivo a quello in cui avevo saputo la notizia. A che mi sono serviti quei farmaci? Forse solo a rinviare quel lavorìo che – dopo – non ho potuto evitare.