Quando le persone parlano di Dio parlano di un grandioso e affascinante enigma di cui non sappiamo assolutamente nulla. Invochiamo questo misterioso Dio per spiegare gli interrogativi più oscuri con i quali ci provoca l’Universo. C’è qualcosa o non c’è nulla? Che cosa ha informato le leggi fondamentali della fisica? Che cos’è la coscienza, e da dove deriva? Non conosciamo le risposte a queste domande, e attribuiamo alla nostra ignoranza il nome grandioso di Dio. La caratteristica saliente di questo misterioso Dio è che non possiamo dire nulla di concreto su di Lui. Questo è il Dio dei filosofi; il Dio di cui parliamo quando siamo seduti intorno a un fuoco sotto il cielo stellato, e ci interroghiamo sul senso della vita.
Prima della morte di mio figlio mi dicevo “non credente”, forse senza troppe riflessioni, con una sorta di pigrizia che mi trascinavo dietro. Dopo la sua morte, mi sono ritrovata con sentimenti di rabbia lancinante e con un abissale senso di tradimento: il destinatario era dio. Perché mi hai fatto questo? Che ci stai a fare? Come puoi permettere che un bambino soffra e muoia? Dove sono la tua onnipotenza, il tuo “amore”? Quale sarebbe la tua essenza, se ti esprimi con tanta crudeltà, tanta ingiustizia? Arrabbiata com’ero, mi sono resa conto che urlavo contro chi dicevo che non esiste, che il bisogno di giustizia, di fare domande, di cercare, prescinde dal silenzio che ne segue, dall’assenza di un destinatario cui rivolgere le proprie domande.