Quando la cerimonia funebre ebbe termine, e lui ebbe anche pianto un po’, la gente gli passò davanti per stringergli la mano, e guardò bene in faccia tutti, sapendo che volevano che li ricordasse, e certo voleva ricordare tutti, ma stava bene attento a non far gravare su di loro il suo lutto, in queste ultime ore aveva già imparato a fare una certa mossa triste col capo, così stava bene attento a che non la interpretassero come troppo cupa, e che vi percepissero anche speranza, perché non lo identificassero soltanto con la morte, ma vedessero che nonostante le tante forze vitali ora perdute, egli era ancora degno d’amore.
Al funerale, la sua famiglia mi ha ben accolto anche se non sapevano esattamente chi fossi: un amico recente? Un conoscente? Un collega di lavoro? Mi sono sentito obbligato a tenere un profilo basso: a non sedermi in prima fila (dove sentivo di appartenere), a non mostrare l’emozione. Di piangere neppure a parlarne. Ma tale era la tensione che non avrei potuto. Se sapevano che lui si era trasferito nella mia città pensavano di sicuro che lo avesse fatto per una donna. Qualcuno avrà capito che si era trasferito per stare con me? Che lui era il mio più grande amore? L’ho dovuto lasciare andare così, con la sua famiglia di origine, senza poter dire che ce n’era una nuova che si stava formando. Senza poter dire “appartiene pure a me”. “Ci sono pure io”.