L’esistenza, che nel dolore è radicalmente esposta alla precarietà, si apre alla comprensione. In ciò, il singolo che soffre dal chiuso del suo patire guarda alla sofferenza del mondo per in/tenderla e comprende, così, il suo soffrire come una determinazione particolare o un momento della crudeltà della vita. A questo punto il soffrire non può essere unicamente individuale, ma il sé del sofferente è una variazione del dolore universale. Solo a questo titolo il dolore diviene comunicabile, e diviene possibile lo scambio dei segni del patire nell’elaborazione del lutto, ma più ancora nella produzione collettiva delle grandi immagini del dolore, in cui la sofferenza di tutti e del tutto viene inclusa ed esplicata. E così anche vissuta.