È strano: da quando è morto non ho soltanto nostalgia della sua presenza, di continuare a vivere con lui e vederlo invecchiare, ma mi manca anche il suo passato. I molti vissuti che non ho conosciuto. Questa infanzia, questo pomeriggio estivo su una barchetta. Vorrei poter bere, come un vampiro, tutti i suoi momenti di felicità. Credo che si tratti di una questione di intimità. Pablo e io siamo stati insieme per ventuno anni. È stata, sia per lui sia per me, la relazione più lunga delle nostre vite, molto più lunga delle precedenti (in entrambi i casi, non più di quattro anni). Credo di averlo conosciuto meglio di chiunque altro, e naturalmente nella mia vita non c’è e non ci sarà una persona che potrà conoscermi tanto quanto lui: anche se avrò la ventura di vivere altri ventuno anni in buona salute, e la molto improbabile fortuna di viverli in compagnia del miglior partner possibile, questa tappa che mi rimane non è più così centrale, così intensa, così mutevole, così eloquente come gli anni che ho condiviso con Pablo. Questo sconforto per l’intimità perduta (per sempre, per sempre, la maledetta, ossessionante parola) è un danno collaterale del lutto e lo conoscono benissimo i vedovi di rapporti lunghi.