Suppergiù dopo due anni, decisamente troppo presto ma con un tempismo perfetto, portai a casa una donna, una studiosa di Sylvia Plath che avevo conosciuto ad un convegno.
Era spiritosa e intelligente e in quella situazione di merda ce la mise tutta. Dovevamo fare piano perché i bambini erano di sopra a dormire.
Lei era dolce, carina e il suo corpo nudo era diverso da quello di mia moglie e il suo fiato sapeva di melone. Ma eravamo sul divano comprato da mia moglie, a bere vino in bicchieri regalati a mia moglie, sotto quadri dipinti da mia moglie, nella casa in cui mia moglie era morta.
Non erano molte le donne con cui avevo fatto sesso ed ero diventato bravo solo con mia moglie, facendo le cose che piacevano a lei. Non volevo fare quelle cose, né pensare se farle o no, nè pensare se pensarci o no e il risultato è stato che le ho dato un colpo sui denti, poi mi sono messo in ginocchio sulle sue cosce, poi mi sono scusato troppo, poi sono venuto troppo presto, poi mi sono impegnato troppo, poi troppo poco.
[…] Poi se ne è andata e mi sono preoccupato perché ero contento. Camminavo per la casa come se fosse la prima volta che ci entravo, a passi lunghi e ispezionando le superfici con occhio critico. Sono andato di sopra a sbirciare i bambini.
Non ho parlato mai con nessuno del mio gruppo del fatto che mi mancava il fare all’amore. C’è l’idea che si sta nel gruppo fino a quando il dolore sovrasta tutto e che quando si ricomincia ad avere attenzione ad altro (parenti, amici, la pianta da innaffiare, il lavoro, il desiderio), allora vuol dire che si è in un’altra fase, perché quel desiderio sta nella fase del “dopo”. Invece quel desiderio, il desiderio di lui, lo sento. Ora. Mi manca il calore, la morbidezza del suo corpo, il piacere che mi dava, mi mancano le sue mani, le labbra che mi cercavano. Fare l’amore con il tempo era diventato più raro, alle volte un po’ frettoloso, altre ci cercavamo e trovavamo lentamente. Era anche il nostro modo per non trascinare per giorni i litigi, i bronci. Era stata una conquista non riversare nella nostra intimità le tensioni della quotidianità. Il mio mondo di adesso, di colpo, è fatto solo di donne.