Il lavoro del lutto è anche una lotta tra il desiderio di continuare a vivere con chi è vivo e il desiderio altrettanto forte di essere una cosa sola con chi è morto.
La soglia critica è se si può “accettare il premio di rimanere in vita” o ci si lascia sprofondare nella morte melanconica, in unione totale con l’amore perduto.
Nel caso si riesca a decidere di “rimanere in vita”, si apre un infinito lavoro attorno al “posto rimasto vuoto”.
Esso è un polo energetico, che attira e consuma energie ma che continua pure a sprigionarle. E a pulsare affinché si utilizzino.
Cosa animava la vita dell’altro, che adesso può nutrire e sostenere la nostra?
Paradossalmente, ciò s’intravvede sempre più nitidamente.
“In assenza” tutto risuona e si ritrova.
Pur nel dolore dell’assenza.