Mia moglie sente più spesso il bisogno di condividere, di parlarne. Io invece
evito accuratamente di farlo, con lei, e, in realtà, con la maggior parte delle persone. Sento il bisogno di essere lasciato in pace, di pensarci il meno possibile, di leccarmi le ferite da solo. Il dolore è mio e non voglio, almeno questo, non voglio che mi venga tolto. Voglio che resti tutto e solo mio.
Una mamma vive la morte di un figlio in modo profondamente diverso, quasi come una menomazione fisica (è lei che lo ha portato dentro di sé), oltre che con un sentimento di abissale smarrimento e di infinita ingiustizia. Noi padri facciamo fatica a comprendere, anche se viviamo lo stesso dramma. Abbiamo in comune il dolore, ma dei modi di affrontarlo o con cui difenderci decisamente diversi, a volte incomprensibili l’un l’altro. Io vorrei fare qualcosa in memoria di nostra figlia, qualcosa che ne preservi il nome sulla bocca degli altri. Mia moglie neppure ne vuol sentir parlare. Vuole stare accucciata sul letto, andare al cimitero, parlare, ricordare, guardare e riguardare le fotografie, “trovare le parole giuste”. Molte volte, mi dico che ho perso mia figlia e adesso mi pare che sto perdendo, in altro modo, pure mia moglie.
Il dolore di noi padri rimane come in penombra: anche quando incontro qualcuno o telefona un conoscente, la domanda centrale è sempre “come sta tua moglie?”. Io passo subito in secondo piano.