La morte di una persona cara viene vissuta come una perdita quando apre nella nostra vita una mancanza, quando si presenta presso di noi la forma di un’assenza presente. Lei o lui non è più con noi, è morto, è scomparso, Ma è ancora con noi, resta tra noi, ancora non si dilegua perché il reale della sua assenza non può essere mai del tutto assimilato, elaborato, digerito psichicamente. Definiamo, dunque, nella nostalgia quel sentimento che più di ogni altro illumina il resto sempre presente di un lavoro del lutto, l’impossibilità del suo definitivo compimento, ovvero il suo carattere interminabile.
[…]
Prima, dunque, il peso doloroso del lutto e del suo atroce lavoro, poi l’incorporazione del resto irriducibile dell’oggetto perduto. Resterà qualcosa di lui o di lei sempre con noi, accompagnerà la nostra esistenza come la luce delle stelle morte. È perché portiamo con noi i nostri maestri, i nostri amori, la nostra infanzia, i dettagli indelebili del nostro passato che possiamo dire che il lavoro del lutto non può mai dissolvere integralmente l’oggetto perduto, ma può solamente trasfigurarlo in un resto vivo che incorporiamo in noi stessi.