C’è qualcosa in noi – qualcosa nel dolore che abbiamo al centro del petto, qualcosa nella contrazione dell’addome, qualcosa nella lingua che spinge verso il palato, qualcosa nella tensione della mascella – che chiede silenzio. Stiamo sempre a parlare con noi stessi. E poiché difficilmente riconosciamo la paura dietro il nostro vantarci, o la speranza dietro alla nostra sfiducia, poiché non ci ascoltiamo così come non ascoltiamo gli altri, allora ci farebbe bene fermarci in silenzio ad assistere con benevolenza al nostro dialogo interiore […]. Permettere che l’energia normalmente spesa per parlare si rivolga interiormente verso il cuore.
C’è silenzio e silenzio. C’è il silenzio della vita davanti a tutti i miei “perché”. C’è il silenzio di Dio e quello di chi ti guarda con la paura negli occhi perché non sa cosa dirti. Il silenzio aggressivo di chi pensa “non mi parlare di nuovo della tua perdita, non metterti di nuovo a piangere”. Il silenzio della casa in cui la sua presenza, la voce, i rumori dall’altra stanza non ci sono più. Il silenzio di noi sopravvissuti che siamo rimasti senza parole. Ma c’è anche il silenzio gentile, quello che ti fa spazio e non ha bisogno di parole, quello di chi ti sta vicino e ti accoglie. Anche in silenzio.