La sua morte era stata così improvvisa. Non c’era stato tempo di prepararsi, né senso nel suo accadere. Poteva solo essersi smarrito, e di sicuro era ancora là fuori, da qualche parte in quel bosco intricato, insieme a tutte le altre cose morte o perdute. Adesso so che significavano quei sogni primaverili, quelli in cui attraverso una lacerazione dell’aria un astore scivolava in un altro mondo. Con quell’astore volevo volare in cerca di mio padre; volevo andare a cercarlo e riportarlo a casa.
Lo sogno spesso in situazioni inusuali: una volta dentro una grotta, al freddo. Una volta su una spiaggia. O su un aereo, in partenza. Ma riesco sempre ad avvicinarlo, a vederlo, a parlare. Sono con lui. E quel contatto, seppur breve e fuggitivo, mi riempie di gioia: me lo riporta vicino e vivo così come era, allora. In quel tempo beato dell’oblìo viaggio a ritroso nel tempo, mi ritrovo in quel tempo che abbiamo condiviso. Nei primi tempi, svegliarsi senza neppure un sogno in cui mi apparisse, rendeva ancora più atroce la sua assenza. Ma perché, mi dicevo, ma perché neppure in sogno, di notte?