Alla cena del cuore invitiamo le persone che ci sono più care, che possano sempre dividere il pane e l’acqua, o il vino, con noi. Non è necessario che ci siano sempre, vere e vive e concrete, attorno a un tavolo. Magari sono lontane, o sono andate via. Ma se pensiamo a loro, se ci sono necessarie, è come se le invitassimo ancora e ancora a mangiare con noi, a restare con noi.
Ci siamo conosciute quando suo figlio aveva cinque anni e la mia bambina quattro. L’ho visto crescere, quel bambino, in un ragazzo affettuoso, sensibile, responsabile. A 30 anni la diagnosi. Lei era impietrita, avvertiva nel suo profondo l’epilogo ineluttabile. Dopo 5 mesi ha perso l’unico figlio e con lui il senso della sua vita. Il dolore suo era anche mio ma il mio non aveva spazio in quel momento, potevo soltanto esserle vicina con piccoli gesti di cura. Poi è emersa in lei una rabbia profonda che esprimeva in tutte le occasioni. I nostri amici comuni non riuscivano a trovare parole di conforto giuste, provocando le sue reazioni taglienti, la sua insofferenza. Rinunciarono a sentirla, spaventati dall’inadeguatezza delle loro parole. Irrigiditi nella loro impotenza, si rivolgevano a me per avere sue notizie. Le sono rimasta sempre vicino. Non so come ho fatto, forse semplicemente ci sono stata, ho accettato le sue punte di rabbia in silenzio, perché le parole erano pericolose. Non è stato facile. Ricordo quando sfuggiva ad ogni possibilità di incontro con i miei figli e nipoti: ne comprendevo il senso ma, per più di qualche anno, questo mi procurava un forte senso di colpa. Lei aveva perso il suo unico figlio e io ne avevo due. Poi, col tempo, il suo dolore è cambiato: come una lente attraverso cui guardare il mondo, è diventato più largo, a coprire la vita. E si è addolcito. All’avvicinarsi delle ricorrenze dolorose io sento la sua voce incrinarsi, capisco e continuiamo a camminare insieme.