Ricordo una conversazione a tavola […], in un ristorante, con tre amici sposati e più o meno coetanei. Conoscevano tutti mia moglie da molto tempo – qualcosa come ottanta o novant’anni in totale – e sarebbero stati più che sicuri di averle voluto bene. Feci il suo nome: nessuno raccolse. Lo ripetei: stessa reazione. È possibile che la terza volta avessi la deliberata intenzione di provocarli, perché quel comportamento, che a me era parso più un segno di vigliaccheria che di buona educazione, mi aveva fatto incazzare. Spaventati dal contatto con il suo nome, la rinnegarono tre volte e io li condannai per questo.
A: a nessuno posso più dire mamma
B: queste parole papà, paparino, papi, papo non le dirò mai più in vita mia
C: tutti quei vezzeggiativi con i quali lo chiamavo, sono sepolti in me, mai più
saliranno alle mie labbra
D: nessuno più mi chiamerà mamma
E: non la potrò più chiamare, Maria, amore mio, tesoro mio
F: nessuno più mi chiamerà “stella mia”