Ascoltare non è facile: ci si può distrarre, si può essere stanchi, o di malumore, preoccupati o annoiati, e nondimeno guai a deludere le aspettative di chi ci parla nella disperata attesa di un aiuto: l’aiuto di una parola, di uno sguardo, di un sorriso, di un gesto, di un saluto, di una lacrima talora, di una semplice stretta di mano. Ascoltare è guardarsi negli occhi, e gli occhi a volte domandano delle cose alle quali non è facile dare risposta.
Tante volte ho sentito l’urgenza di dire ma ho rinunciato a parlare. C’è chi finge di ascoltarmi aspettando il momento buono per dire “ah, anche io….” e la parola non torna mai a me. C’è chi mi interrompe subito e mi dice qualcosa che – nell’intenzione – dovrebbe essere consolatoria. C’è chi, chiaramente, è imbarazzato e, appena può, dopo un profondo sospiro, cambia argomento. C’è chi mi chiede: “come stai?”. Ma che razza di domanda è questa?, mi verrebbe da rispondere. Invece mi metto una maschera e rispondo: “bene…”. Ho capito che solo poche, pochissime persone mi sanno ascoltare: di solito sono quelle che hanno attraversato un dolore grande.