“[…]in questo periodo la frase più frequente che sentivo dire da quelli che ci avvicinavano era: non ci sono parole. E invece ci sono eccome, hanno un’importanza enorme, ogni singola parola che ci è stata detta, anche quella smozzicata o solo intuita, ci ha aiutato tantissimo. Il dolore se non è condiviso diventa rabbia e disperazione.
Avevo bisogno di dire che volevo morire, anzi, che ero già morta, che ogni fede, ogni speranza era spenta. Avevo bisogno di qualcuno che mi accogliesse e capisse nel mio sentirmi frantumata, esplosa in minuscoli pezzetti, o nella mia ricerca del senso della vita, o nelle tante domande su cosa esiste dopo la morte, su dove fosse finito mio figlio e perché, perché a lui, perché a noi, perché?.
Avevo bisogno di parlare ma non volevo che il mio dolore procurasse ancora altra pena ai miei. Era un bisogno di parole, quelle parole che in famiglia mancavano perché i miei familiari si erano chiusi in un silenzio che mi sembrava negazione e mi faceva stare male.