Ripetere

Il telefono suona in continuazione. Ripeto decine di volte la stessa cosa. Ho bisogno di dire e di ripetere che è morto, sono io che chiedo agli amici di chiamare, trasmetto il messaggio, chiamate, non importa quando, chiamatemi. Mastico e rumino la sua morte, come per convincermene, e più mi ripeto più mi allontano, sono già distante, altrove, non sono più io, è un’altra che prende il mio posto, io sono scomparsa quando è scomparso lui.

Molti dei partecipanti ai gruppi hanno la necessità di ritornare più volte, con il loro racconto, a certi momenti: a quando c’erano dei sintomi ma ancora non si sapeva la diagnosi, agli ultimi giorni prima della morte, le ultime ore insieme, un saluto dato senza sapere che sarebbe stato l’ultimo. C’è spesso una misura importante di ripetizione dello stesso racconto, quasi una necessità di ripetere, di insistere su un racconto. Forse raccontare è come rivivere e spostarsi nel passato: rende possibile pensare che ci sarebbe potuto essere un esito diverso, si sarebbero potute prendere altre decisioni, dire altre parole. La ripetizione offre forse il tempo per una illusione onnipotente di poter cambiare quello che è accaduto. Poi però la realtà irrompe.