Ma intanto, lontani dalla battaglia, i cavalli di Achille piangevano, dopo che videro il loro auriga cadere, colpito da Ettore; più volte Automedonte, il forte figlio di Diore, li sfiorava con l’agile frusta, e ora li blandiva, ora li minacciava: ma verso le navi, al vasto Ellesponto, non volevano più ritornare, e neppure in battaglia insieme agli Achei; come immobile stele sulla tomba di un uomo morto, o di una donna, così stavano, immobili, con il loro carro bellissimo, le teste sfioravano il suolo; rimpiangevano il loro auriga e dagli occhi cadevano a terra, brucianti, le lacrime; si insozzava la criniera che, sfuggendo al collare, ricadeva sul giogo dall’una e dall’altra parte.
A: È una cagnolina meticcia che era stata abbandonata. Anche quando non ho la forza di fare niente, la sua presenza mi richiede di metterle l’acqua fresca, comprarle il cibo, portarla fuori un paio di volte al giorno e andare qualche volta al parco per farla correre. Mi costringe a tenere un ritmo, scandisce lo scorrere della giornata. Mi sento responsabile, di lei e del suo benessere, e le sono grata per l’aiuto che mi da. È una vera compagna in questo tempo duro della vita. Quando rientro in casa la trovo dietro la porta che scodinzola: ogni volta questo mi sorprende. In casa mi segue, mi guarda, e, quando è distesa per terra e sembra abbandonata al sonno, bastano un rumore diverso o il mio richiamo e lei si sveglia immediatamente, come fosse sempre pronta e attenta a me. Alle volte le parlo quando mi viene in mente un ricordo; se piango, appoggia il muso sulle mie ginocchia, quegli occhi sembrano capire, interpretare, e dirmi che siamo in due a soffrire.
B: Quando finalmente, la sera, mi concedo di andare a letto c’è una cosa che aspetto: che la micia si accoccoli lì, sul cuscino sul quale la sua testa non riposa più. Che cominci quell’ipnotico brontolìo che la fa vibrare tutta, che giri la testa verso di me, che mi faccia i suoi occhietti ammiccanti. La carezzo mentre cerco di addormentarmi, passo lentamente la mano sul suo pelo setoso, laddove anche le mani di M., un giorno, si sono posate. Anche la gatta ha sofferto della sua morte: per settimane era diventata pigra, ritrosa, irritabile. Mangiava poco o nulla. Mi sono chiesta se mi imitasse, se fossi io a influenzarla, ma so che i gatti non mentono. La micia era triste, sentiva la sua assenza, lo cercava nei luoghi dove M. abitualmente stava. Forse ora, quando la carezzo, ricorda anche lei le mani di M.