Tracce

Difficile sapere cosa fare dei suoi indumenti.

Per settimane Agnes non riesce a spostarli dalla sedia su cui il figlio li ha lasciati prima di andare a dormire.

All’incirca un mese dopo la sepoltura prende in mano i calzoni, li rimette giù. Accarezza il colletto della camicia. Dà una spintarella a uno scarponcino per allinearlo all’altro.

Poi nasconde il viso nella camicia, infila le mani negli scarponcini e sente le impronte vuote dei piedi, allaccia e slaccia la camicia, abbottona e sbottona. Piega, spiega, ripiega.

Mentre fa scorrere la stoffa fra le dita, mentre fa combaciare le cuciture, mentre liscia le grinze nell’aria, il corpo ricorda quel compito e la riporta al passato. Piegando i suoi indumenti, prendendosene cura, respirando il suo odore, può quasi convincersi che lui ci sia ancora, che stia per vestirsi, che da un momento all’altro, temendo di fare tardi a scuola, entrerà per chiedere: Dove sono le calze, dov’è la camicia?

Anche nel Libro dell’Ecclesiaste (3,6) si dice che “c’è un tempo per serbare e un tempo per buttare via”. Così è stato anche per me. Ho tenuto a lungo moltissime sue cose perché rappresentavano quello che mi rimaneva della sua vita. Ho tenuto i suoi abiti perché conservavano il suo odore, i suoi oggetti perché li aveva toccati, perché parlavano sommessamente di lei. Poi, col tempo, ho capito che l’amore ricevuto era veramente l’unica cosa da conservare. La consapevolezza che l’ho molto amata e che sono stato molto amato è un dono che mi porto dentro e che, se mai amerò ancora, saprò riversare su altri. Questo è il vero, unico tesoro che sento di voler conservare con cura e guardare ogni tanto, come si fa con le cose preziose che abbiamo in casa. Esiste, sta lì, e nessuno me lo può togliere. Questo è diverso dal rivolgersi sempre al passato, dal tenere lo sguardo fisso sui ricordi. Il dolore, nella sua intensità e persistenza, è anche la misura di quanto sia profondo, intenso e prezioso questo dono nascosto.