Ho accettato con sforzo l’invito degli amici. Faccio finta di interessarmi alla loro conversazione, sorrido anche, per non far pesare la mia presenza. Osservo la loro normalità, i visi sorridenti, la fiducia nel domani, i pettegolezzi del lavoro, le beghe dei legami parentali, i problemi con i figli, la burocrazia. Li guardo come se fosse la prima volta, e vedo anche me, come ero prima. Vedo la cecità, mia, loro: è come se ci fosse una dittatura dell’effimero. Per me – adesso – c’è un prima e c’è un dopo: un taglio radicale ha cambiato tutto. Guardo, ascolto tanto parlare inutile e vuoto. Mi assale un senso di intossicazione. E un perentorio “è troppo!”. Trovo una scusa e me ne vado, quasi di corsa. Devo imparare a proteggermi, a sottrarmi a quello che sento come tossico. D’ora in poi starò attenta ad avere sempre pronta un’uscita di sicurezza.