Sono un dettaglio feroce, di quelli che restano a ricordarti qualcuno, a farti sentire qualcosa che non c’è più, sono un pettine, sono un posacenere, sono il libro che lei teneva sul comodino e non leggeva mai, sono una di quelle cose da nulla che all’improvviso diventano giganti, quelle inezie da cui di colpo si sprigiona la tenerezza di una figura perduta, sono un brutto cuscino, il suo ombrello appeso all’ingresso per un inverno che non vedrà più la pioggia, l’interruttore su cui poggiava le dita entrando nella stanza, sono il correre sbadato della tua mano a qualcosa che non è più lì, sono la minuscola assenza che richiama la presenza perduta, il niente che disegna l’enormità del vuoto, sono il moltiplicarsi dei gesti che fai per coprire il pensiero, per sviare il ricordo, e mi faccio rumore, mi faccio frastuono, mi faccio silenzio.
A: Il medico aveva delle mani molto curate, la pella liscia e morbida, le unghie ben tagliate: sarà appena tornato dalla manicure, ho pensato. Gli avrà tolto tutte le pellicine, messo la crema su una mano e poi sull’altra. L’ho immaginato seduto su una sedia, le mani su un panno morbido, lo sguardo altrove mentre qualcuno si occupava di lui. Mentre mi diceva delle cose che NON volevo sentire, continuavo a guardare le sue mani. Come possono stare insieme quelle mani e quella sentenza?.
B: Ho rivisto dopo mesi suo fratello. Mi parlava ma non lo ascoltavo. Il movimento della bocca, quella fossetta a destra delle labbra, il gesticolare continuo proprio come faceva V. mi ha stretto il cuore: all’improvviso ho visto V. in carne e ossa davanti a me. Le lacrime sono venute in superficie. Non sapevo quanto mi mancassero anche quei particolari. Quanta gioia e quanta pena nel riconoscerli. Quanto facilmente li avessi dimenticati.